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domingo, 18 de maio de 2025

𝐈𝐋 𝐏𝐀𝐏𝐀 𝐄̀ 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈𝐒𝐓𝐀... 𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐄 𝐀 𝐃𝐈𝐎!

 “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore. Io sono il buon pastore. Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre. Do la mia vita per le mie pecore.” Giovanni 10, 13-15

 Habemus Papam!

Dopo diciassette giorni di sede vacante, i cardinali hanno scelto un sostituto all’altezza dell’insostituibile Papa Francesco: il cardinale peruviano-americano Robert Francis Prevost, che porta già Francesco nel suo secondo nome.

È molto significativo che il suo ministero sia cominciato in un Anno Giubilare, e che la sua prima domenica sia stata quella del Buon Pastore: Habemus Pastorem! Hallelu Yah! Laudate Dominum!

Se io, semplice mortale, ho percepito questa coincidenza, tanto più lo stesso Papa. Nel suo messaggio della Domenica del Buon Pastore, 11 maggio, egli ha detto ai fedeli in Piazza San Pietro, in Vaticano:
“Considero un dono di Dio che la prima Domenica del mio servizio come Vescovo di Roma sia la Domenica del Buon Pastore.”

Se avesse adottato il nome Francesco II, non sarebbe stato il primo Papa a usare il proprio nome, oltre a lasciare chiara una continuità. Tuttavia, è andato oltre. Scegliendo il nome Leone, ha voluto presentare subito il suo biglietto da visita. Egli stesso ha spiegato ai cardinali, due giorni dopo la sua elezione, i motivi dietro questa scelta.

“Ho pensato di adottare il nome Leone XIV. Ci sono varie ragioni, ma la principale è che Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum Novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti la ricchezza della sua dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione sociale e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che portano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro.”

Come un Buon Pastore, egli è attento al pane quotidiano delle sue pecore.

 L’Enciclica che ha determinato il nome del nuovo Papa.

Rerum Novarum: De condicione operariorum. In italiano sarebbe “Delle cose nuove: Sulla condizione degli operai” scritta da Papa Leone XIII e pubblicata il 15 maggio 1891. È considerata il documento fondatore della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Affronta le questioni sociali ed economiche dell’epoca, in particolare in relazione alla classe operaia, e risponde alle sfide della Rivoluzione Industriale, mettendo in evidenza le condizioni di vita dei lavoratori, la crescente disuguaglianza economica e lo sfruttamento nelle fabbriche.

Papa Leone XIII difende la dignità del lavoro, il diritto dei lavoratori a una giusta retribuzione, la creazione dei sindacati e la responsabilità sociale sia dello Stato sia dei datori di lavoro. Inoltre, l’Enciclica rafforza l’importanza della giustizia sociale e dell’intervento della Chiesa nelle questioni sociali, proponendo una soluzione basata sulla solidarietà, sulla giustizia e sull’applicazione dei principi cristiani nelle relazioni di lavoro.

È stata la prima risposta sistematica della Chiesa ai cambiamenti portati dalla Rivoluzione Industriale. Ha inoltre ispirato diverse altre encicliche e documenti sociali, come: Quadragesimo Anno (1931), di Papa Pio XI; Mater et Magistra (1961), di Giovanni XXIII; Populorum Progressio (1967), di Papa Paolo VI; Laudato Si’ (2015) e Fratelli Tutti (2020) di Papa Francesco.

 Osservate le parole sottolineate. C’è un popolo molto santo, santissimo, più cattolico del Papa – zeloti dell’ipocrisia – che per molto meno chiamava Papa Francesco “comunista”, “perché il Papa non dovrebbe immischiarsi in queste questioni”.

A causa della Rerum Novarum, Papa Leone XIV ha scelto questo nome. Anche questo Papa è comunista?

I neo-farisei, che hanno criticato le encicliche di Papa Francesco, stanno celebrando sui social network la sua dipartita e festeggiando l’arrivo di Leone XIV. Credo che ignorino la Rerum Novarum – forse per questo sono felici della morte di Papa Francesco e della elezione di Leone XIV.

Se il nuovo Papa ammira l’enciclica di Leone XIII al punto di scegliere il suo nome in sua onore, e se Papa Francesco ha scritto documenti con temi simili a quelli della Rerum Novarum, è piuttosto plausibile che entrambi condividano una visione sociale simile.

In matematica, se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C. Quindi, è possibile che anche Leone XIV possa essere considerato “comunista”.

Foto n. 1 "Un comunista in meno sulla terra"
                                                                 
       
Cosa hanno in comune le encicliche Fratelli Tutti (Tutti Fratelli), così tanto criticate dai legalisti dei pulpiti, e la Rerum Novarum?

Rerum Novarum (1891) e Fratelli Tutti (2020) condividono i fondamenti essenziali della Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare la difesa della dignità della persona umana e la centralità del bene comune. Entrambe denunciano sistemi economici che ledono la giustizia sociale. Rerum Novarum critica sia il liberalismo sfrenato sia il socialismo anti-proprietà, mentre Fratelli Tutti evidenzia i mali dell’individualismo, del consumismo e del neoliberismo. Le due encicliche riconoscono il diritto alla proprietà privata, ma riaffermano che questo diritto deve essere subordinato alla funzione sociale dei beni, con l’obiettivo della solidarietà e della giustizia.

Inoltre, le encicliche convergono nell’idea che lo Stato e la società debbano proteggere i più vulnerabili e promuovere condizioni di vita dignitose per tutti. I cristiani di convenienza criticano qualsiasi riferimento allo “Stato” che si prenda cura dei poveri, associandolo al “socialismo”. Sostengono che Fratelli Tutti e altre encicliche di Papa Francesco abbiano un tono “marxista”, pur essendo in continuità con Leone XIII, Giovanni Paolo II (Centesimus Annus) o Benedetto XVI (Caritas in Veritate).

Rerum Novarum si concentra sul rapporto tra capitale e lavoro, difendendo i diritti degli operai (“cosa da comunista”), mentre Fratelli Tutti amplia questa visione allo scenario globale, proponendo la fraternità universale come antidoto contro l’esclusione, la xenofobia e l’indifferenza. Nonostante le differenze di linguaggio e di contesto, entrambe esprimono la stessa convinzione cristiana: una società giusta è possibile solo se fondata sulla carità, sulla solidarietà e sulla responsabilità reciproca.

L’Enciclica Laudato Si’ (“Sii lodato”) è stata ispirata dal Cantico delle Creature di San Francesco, che quest’anno celebra 800 anni:“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre Terra…” (“Sii lodato, mio Signore, per nostra sorella, la madre Terra…”).

Essa ha segnato un punto decisivo nella Dottrina Sociale della Chiesa, trattando della cura del creato, della giustizia sociale e della crisi ecologica globale. Per i cristiani di facciata della destra e dell’estrema destra cattolica, il Papa avrebbe oltrepassato la sua autorità spirituale intervenendo su temi come le politiche ambientali, le strutture economiche mondiali e la scienza climatica. L’Enciclica, affrontando la crisi ecologica in connessione con il sistema economico mondiale, è stata vista da molti come una critica al capitalismo liberale: “cosa da comunista!”

Un altro punto di attrito è stata l’accettazione del consenso scientifico sui cambiamenti climatici, che Papa Francesco assume chiaramente come responsabilità umana. Per gli inquisitori moderni, scettici rispetto alla scienza climatica, questa posizione ha collocato la Chiesa in linea con quella che essi chiamano “agenda ambientalista globalista”. Questo atteggiamento ha infastidito ancora di più, considerando che il Papa dialoga positivamente con organismi internazionali come l’ONU, ritenuti da questi gruppi promotori di politiche anticristiane.

Tuttavia, molti dei seguaci di questi critici sono “incapaci di pensare con la propria testa”. Ripetono come pappagalli ciò che sentono, senza alcun senso critico. Se conoscete qualcuno così, chiedetegli di definire cos’è il comunismo: vedrete che la persona rimarrà completamente persa.

Opzione preferenziale per i poveri.

Dite questa frase a un neo-fariseo e osservate il collasso: sudore freddo e occhi sbarrati. Per lui, suona come “comunismo puro” – anche se è un principio centrale della Dottrina Sociale della Chiesa e del Vangelo stesso.

Homem de terno e gravata com pessoas ao fundo

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Foto n. 2  Papa Francesco e Padre Gustavo Gutiérrez 

Ho chiesto a una conoscente brasiliana cosa pensasse del nuovo Papa. Il motivo della domanda è che conosco le sue posizioni politiche e so che partecipa agli incontri degli Arautos del Vangelo – quel gruppo che indossa lunghi stivali e si veste con abiti medievali – un’associazione cattolica fondata in Brasile con approvazione pontificia, ma che negli ultimi anni è stata oggetto di indagini vaticane per questioni relative alla governance interna, alle pratiche liturgiche e a possibili deviazioni dottrinali.

Nel 2017 sono trapelati video di riunioni interne in cui i leader del gruppo esprimevano critiche severe a Papa Francesco e, in alcuni casi, pregavano per la sua “conversione”. Essi sono eredi diretti della TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà), organizzazione cattolica fondata da Plinio Corrêa de Oliveira, noto per il suo reazionarismo e il sostegno alla dittatura militare in Brasile. La TFP si distingueva per il suo ultraconservatorismo religioso e politico, essendo uno dei gruppi cattolici più reazionari del Brasile del secolo scorso.

Lei mi ha risposto: “Sì, mi è piaciuto. Avevo paura che si chiamasse Francesco II, e sono stata anche un po’ apprensiva perché viene dal Perù, culla della Teologia della Liberazione, ma credo che non segua quella teologia.”

Paura che si chiamasse Francesco II? La risposta sta nel modo in cui ha idealizzato la Chiesa Cattolica.

Amica mia, andiamo piano con la processione perché il santo è di argilla! Chi guarda la faccia non vede il cuore. Da dove hai preso questa certezza? E se fosse stato inoculato con la Teologia della Liberazione, ma non avesse ancora sviluppato sintomi visibili? Potrebbe essere un caso tipico di seguace asintomatico. E se i sintomi dovessero comparire al momento opportuno?

La Teologia della Liberazione è stato un movimento nato all’interno della Chiesa Cattolica, sviluppatosi in America Latina, che ha avuto i suoi momenti più intensi negli anni ’60 e ’70. Cercava di interpretare la fede cristiana a partire dalla realtà dei poveri e degli oppressi, sostenendo che la Chiesa dovesse impegnarsi nella lotta contro le ingiustizie sociali, economiche e politiche, con particolare attenzione alla liberazione dei marginalizzati.

La Teologia propone che la salvezza non sia solo spirituale, ma coinvolga anche la trasformazione sociale, promuovendo giustizia, pace e uguaglianza. Ispirata dagli insegnamenti di Gesù e da un’analisi critica delle strutture di potere, la Teologia della Liberazione cerca una società più giusta e fraterna.

La mia amica ha ragione a preoccuparsi – secondo la sua visione della Chiesa, ovviamente! – dopotutto, il Perù è la terra del padre Gustavo Gutiérrez Merino Díaz (8 giugno 1928 – 22 ottobre 2024), teologo, filosofo, sacerdote domenicano e figura centrale della Teologia della Liberazione. Gutiérrez è stato professore in università come Notre Dame, Harvard, Cambridge, Berkeley, San Paolo, Lione, Montréal e Tokyo.

La sua opera più influente, Teología de la liberación: Perspectivas (1971), propose una riflessione teologica che unisce fede e impegno sociale, sottolineando l’“opzione preferenziale per i poveri”, che è diventata il cuore della Teologia della Liberazione e un principio fondamentale dell’azione cristiana.

Santo Alfonso Maria de’ Liguori (1696–1787), vescovo, dottore della Chiesa, moralista e grande missionario popolare, sarebbe stato un “comunista”? Fondando la Congregazione del Santissimo Redentore nel 1732, a Napoli, Italia, decise di “evangelizzare i poveri, specialmente i più abbandonati, promuovendo la copiosa redenzione offerta da Cristo”. Non è forse questa un’opzione preferenziale per i poveri?

Diversi santi, come Madre Teresa di Calcutta e San Vincenzo de’ Paoli, hanno fatto dei loro ministeri un’opzione preferenziale per i poveri.

San Francesco non solo aiutava i poveri – egli stesso divenne uno di loro. La sua scelta non fu quella di aiutare “dall’alto verso il basso”, ma di vivere tra i poveri come un pari, imitando Cristo povero e crocifisso.

“Francesco d’Assisi è stato l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e cura la creazione… l’uomo che ci insegna a uscire da noi stessi per incontrare gli altri, soprattutto i più poveri.” – disse Papa Francesco, giustificando la scelta del suo nome dopo l’elezione.

Ecco alcuni passi biblici che hanno ispirato la Teologia della Liberazione:

“Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per annunciare la buona novella ai poveri. Mi ha mandato a proclamare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi, a liberare gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore.” (Luca 4,18-19)

“In verità vi dico che ogni volta che l’avete fatto a uno di questi miei piccoli fratelli, l’avete fatto a me.” (Matteo 25,40)

“Perché avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato; ero nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato; carcerato e siete venuti a trovarmi.” (Matteo 25,35-36)

“Non è forse questo il digiuno che ho scelto: sciogliere le catene dell’ingiustizia [...] dividere il tuo pane con l’affamato…” (Isaia 58,6-7)

L’impegno verso i poveri non è facoltativo: è centrale per il seguire Gesù. Gustavo Gutiérrez scrisse: “La teologia della liberazione è un nuovo modo di fare teologia. Non parte da una riflessione astratta, ma dalla pratica di fede vissuta nel contesto della povertà e della lotta per la giustizia.”

L’opzione preferenziale per i poveri è una continuità della pratica di Cristo, che fece dei poveri e dei marginalizzati una priorità della sua missione. Adottando questa opzione, la Chiesa non solo segue l’esempio di Gesù, ma risponde anche alla chiamata divina alla giustizia, all’equità e alla salvezza di tutti – soprattutto dei più bisognosi.

L’opzione preferenziale per i poveri nasce dal fatto che i ricchi hanno mezzi per soddisfare i propri bisogni – alimentari, abitativi, medici o di altro tipo – mentre i poveri spesso si trovano privi del minimo, dell’essenziale per sopravvivere. Questo contrasto rende ancora più evidente la disparità tra chi ha e chi non ha. Gesù deplora l’avidità di alcuni ricchi, poiché l’eccessivo attaccamento ai beni materiali impedisce loro di sperimentare la vera libertà spirituale. Egli sottolinea che, pur essendo la salvezza possibile per tutti, i ricchi affrontano un grande ostacolo, dato che l’accumulo di ricchezze tende a allontanarli da Dio e dagli altri.

Gesù spiegò ai suoi discepoli che “è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli.” Quando i discepoli manifestarono sorpresa di fronte a questa affermazione, Egli insistette ulteriormente, sottolineando che per coloro che possiedono ricchezze è estremamente difficile entrare nel Regno di Dio, poiché l’attaccamento al materiale può rappresentare un grande ostacolo. (Matteo 19,23-24; Marco 10,23-25; Luca 18,24-25)

Nel libro “Una vita con Karol”, scritto dal cardinale Stanisław Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato, pubblicato in portoghese dalla casa editrice A Esfera dos Livros (2007), si racconta che il Papa aveva difficoltà a comprendere l’inclinazione verso sinistra della Chiesa in America Latina, specialmente perché lui stesso aveva vissuto sotto un regime comunista.

Tuttavia, secondo il cardinale, il Papa cambiò prospettiva quando ebbe l’opportunità di conoscere la favela di Alagados, in Bahia, e altre comunità periferiche a Città del Messico. Da questa esperienza, Giovanni Paolo II iniziò a comprendere l’“opzione preferenziale per i poveri e riconobbe che questa scelta era in profonda sintonia con gli insegnamenti del Vangelo.

Il cardinale Dziwisz menziona inoltre che, dopo questo cambiamento di visione, il Papa cominciò a riferirsi a Dom Hélder Câmara come “mio fratello”.

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Foto n.3  Vescovo Hélder Câmara e Papa Giovanni Paolo II


Vescovo Hélder Câmara (1909-1999), arcivescovo di Olinda e Recife, dichiarò:
“Quando do cibo ai poveri, mi chiamano santo. Quando chiedo perché sono poveri, mi chiamano comunista.” (“Hélder, il Dom: una vita che ha segnato il corso della Chiesa in Brasile”, di Zildo Rocha, Editrice Vozes, 2000).

Nel mettere in discussione le cause strutturali della povertà e l’indifferenza delle persone verso i bisognosi, veniva frequentemente etichettato come comunista. Questa etichetta serviva a distogliere l’attenzione dalla critica, soprattutto da parte di coloro che preferivano ignorare la realtà della miseria e pensare solo a se stessi.

Questa frase è stata ricordata in un discorso di Papa Francesco alla Curia Romana, quando si è riferito a Dom Hélder come “quel santo vescovo brasiliano”, sottolineando il suo impegno per la giustizia sociale e la sua opzione per i più bisognosi.

Nel 1987 ho studiato alla Louisiana State University, a Baton Rouge. Il direttore dell’ELOP (English Language & Orientation Program) chiese ad alcuni brasiliani di registrare un video parlando del programma, da presentare a una fiera a Rio de Janeiro. Al suo ritorno, ci invitò a pranzo. Raccontò che un amico sacerdote lo aveva portato a visitare una favela. La sua reazione e il commento furono molto simili a quelli di Papa Giovanni Paolo II. Disse che ora comprendeva perché l’ideologia di sinistra avesse tanta forza in America Latina. “Non è un’ideologia di sinistra, ma l’applicazione concreta dei messaggi di Cristo, specialmente nel comandamento dell’amore per il prossimo e nell’opzione preferenziale per i poveri.”

Parte II

Quando il Diavolo prende la parola: La rottura delle amicizie e il collasso morale del Brasile

Avevo amici, cari amici. Cattolici praticanti, persone che avevano pregato più di una volta nella mia casa, che erano state al mio fianco in momenti importanti della mia vita. Eravamo uniti dalla stessa fede e religione. Amici personali e altri virtuali sui social network, con cui mantenevo una convivenza armoniosa, affettuosa e rispettosa. Persone che, fino a poco tempo fa, consideravo parte del mio circolo più intimo.

Ma poi il Brasile vide emergere dalle ombre una figura che avrebbe cambiato tutto – l’“apostolo del Diavolo”. Al momento non citerò il nome: anche il lettore meno attento riconoscerà di chi sto parlando.

Quest’uomo, eletto per proteggere la vita, si alleò con la morte e derise la sofferenza delle famiglie con scherno. Scelse il negazionismo, mosso dal suo cattivo carattere. Si rifiutò di acquisire vaccini nonostante le offerte disponibili, rifiutando deliberatamente l’opportunità di salvare migliaia di vite. Disse che “non era un becchino” davanti a migliaia di morti. Con cinismo, si prese gioco del dolore altrui.

Disumano e diabolico: imitò, davanti alle telecamere, persone agonizzanti che morivano per mancanza d’aria – gesticolando in modo grottesco, ridendo, rappresentando l’agonia di chi soffocava nei corridoi sovraffollati degli ospedali, mentre i familiari disperati imploravano assistenza. Si prese gioco di tanta sofferenza, come se dolore e morte fossero uno scherzo. Ridicolizzò l’uso delle mascherine, derise le indicazioni mediche e scoraggiò apertamente la vaccinazione. Disse che “solo i femminucce” sarebbero morte di Covid-19, che “chi è un vero uomo” non temeva il virus. Non era ignoranza – era malvagità deliberata. Lo disse per provocare, manipolare e indurre le persone a non prendere sul serio il rischio cui erano esposte, nonostante migliaia di morti evitabili.

Una persona estremamente spregevole e ripugnante. Difendeva che la dittatura militare avesse ucciso più di 30.000 persone. Il suo eroe dichiarato: un torturatore e assassino.

Mentre il paese piangeva, egli promuoveva assembramenti – condannati dagli scienziati – camminava senza mascherina in mezzo alle folle, abbracciava sostenitori durante le moto-raduni e trattava la tragedia come un’opportunità per un comizio. Irrideva le vittime, accusava i medici, attaccava la scienza. Affermava che “tutti sarebbero morti prima o poi”. Disse che chi si vaccinava si sarebbe trasformato in coccodrillo. Ordinò ai giornalisti di tacere. Rideva, sempre rideva – mentre i corpi venivano accumulati. Un soggetto simile non è umano, è bestia. Elemento esecrabile.

- Sai già di chi sto parlando ? Esatto. Bingo.                 

-  Come fai a saperlo ?

" Perché tuto ciò che è stato detto si adatta perfettamente a lui"

Quando penso a Bolsonaro, ricordo immediatamente il padre italiano Gabriele Amorth, ampiamente riconosciuto come l’esorcista più famoso del Vaticano, scomparso nel 2016. Vedo Bolsonaro come uno dei personaggi reali che avrebbero potuto essere trattati da lui, come quelli descritti nei suoi libri: L’Ultimo Esorcista; Maria, un Sì a Dio; Un Esercito contro il Male; Dio è più Bello del Diavolo; Saremo Giudicati dall’Amore; Il Vangelo di Maria: La Donna che Ha Vinto il Male; Vade Retro, Satana!; Indagine sul Demonio; Il Segno dell’Esorcista e Padre Gabriele Amorth: La Biografia Ufficiale.

Il padre esorcista racconta diversi casi e afferma che il Diavolo non appare come nei film, a meno che non sia provocato da un esorcista. “È là fuori, vivendo dentro alcune persone” – e cita esempi concreti.

Persone!? E ce n’è più di una?

“Qual è il tuo nome?” E lui rispose: “Il mio nome è Legione, perché siamo molti.” (Marco 5,9)

Mi piacerebbe vedere padre Gabriele prendere per mano questo soggetto e chiedere, come fece con altre persone: “Chi sei lì?”

A lui si è unita gran parte della destra e dell’estrema destra cattolica – bozza di fascisti – anche se non tutta.

È molto importante dirlo: non tutte le persone che hanno votato per questo individuo hanno attaccato la Chiesa o hanno cominciato a chiamare Papa Francesco e i vescovi brasiliani comunisti sui social network.

A proposito: non piacere a Lula è un diritto di chiunque. Ma questo non obbliga nessuno ad ammirare uno psicopatico.

Per tre anni, mentre lui era ancora presidente del Brasile, un’amica mi inviava messaggi elogiandolo e attaccando Lula. Mai, in nessun momento, ho parlato di politica con lei. Per più di tre anni, non commentai né contestai i suoi messaggi quasi quotidiani, perché non volevo perdere la sua amicizia. Per me, la goccia che fece traboccare il vaso fu quando mi inviò un messaggio affermando che i vescovi della CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile) erano comunisti.
Proprio lei che va a messa quotidianamente e ama postare su Facebook – allora come oggi – foto con autorità ecclesiastiche di Manaus, emerite e presenti. Si rendono conto di ciò che ha detto alle loro spalle?

Proprio lei che aveva perso parenti per il Covid. Negazionista fino all’ultimo, condannava – e condanna tuttora – l’uso del vaccino. Qualcuno mi risponda, per amore di Dio: è stata la sinistra a scoprire il vaccino? La verità è che il figlio del padre della menzogna, mosso da un desiderio morboso di più morti, negò il vaccino – e lei, ignorando completamente la sua formazione cristiana, lo seguì ciecamente, come se dicesse: “Faremo tutto ciò che il diavolo comanda.”

La stessa storia si ripeté con un’altra amica, che aveva pregato il Rosario diverse volte a casa mia, con amici e la mia famiglia. Nonostante la distanza, parlavamo spesso su WhatsApp. Di solito, l’argomento era sempre religioso. Ripeto: non abbiamo mai parlato di politica. Ero consapevole delle sue posizioni, sempre esplicite nei post che pubblicava su Facebook.

Ma, poche ore dopo che Lula vinse le elezioni contro il soggetto squilibrato, mi inviò un messaggio vocale urlando – curiosamente, anch’essa completamente squilibrata. Mi disse un mucchio di imprecazioni. Il mio orecchio non è una fogna.

Ricordo bene che affermò che Lula fosse un narcotrafficante. Ora, che si rivolga al Ministero Pubblico e presenti la denuncia! Avevo già sentito molti aggettivi non pubblicabili su di lui, ma “trafficante” era una novità. Fa finta di ignorare che siano stati scoperti 39 chili di cocaina sull’aereo presidenziale del Brasile, nel giugno 2019, durante un volo ufficiale della comitiva del presidente Jair Bolsonaro, diretto a una riunione del G20 in Giappone.

A urla colleriche e isteriche – quasi in trance – invocava maledizioni contro Lula, e, a suo dire, chi le avrebbe eseguite e riportato Bolsonaro al potere sarebbe stata nientemeno che Nostra Signora. Parlava come se la Giustizia Divina stesse per entrare in scena, vestita con una toga celeste, per ristabilire sul trono quell’individuo moralmente spregevole.

Sentii sciocchezze dietro sciocchezze, in una sequenza talmente assurda che mancava solo la colonna sonora dell’Apocalisse. E io lì, in silenzio, chiedendomi: che colpa ho io, che nemmeno ho votato in Portogallo?

Fu allora che iniziò la sua crociata personale contro una parte della Chiesa. Da allora, vive praticamente in missione divina: attaccare sui social network ogni membro della Chiesa che non si sia arreso al suo progetto politico-messianico. Una vera influencer della fede selettiva.

Sognando una guerra civile – morti, ancora morti, e ancora più morti! – Bolsonaro alimentava il desiderio di vedere tutti i suoi seguaci armati fino ai denti. Difendeva la liberazione irrestritta delle armi per la “gente per bene”, quella che pensa e agisce esattamente come lui.

Il 12 ottobre 2021, durante la messa solenne in celebrazione della Giornata di Nostra Signora Aparecida, l’arcivescovo di Aparecida, Dom Orlando Brandes, fece una critica contundente e veemente all’armamento in Brasile, usando ironicamente lo slogan “Patria Amata” del governo federale.

Nel suo sermone, Dom Orlando affermò categoricamente: “Per essere patria amata [come cita il nostro inno nazionale], non può essere patria armata.”

Un’altra amica, inseparabile da quella menzionata sopra, pubblicò un messaggio su Facebook criticando l’arcivescovo e aggiungendo “che questo non sarà dimenticato”. Cioè, Dio non avrebbe dimenticato di punire l’arcivescovo per la sua audacia.

Questi sono solo tre esempi – e sono lontani dall’essere casi isolati. Ho una vera e propria enciclopedia su questo, sul comportamento della destra e dell’estrema destra cattolica, che si sono alleate con settori reazionari della Chiesa per attaccare vescovi e Papa Francesco – e lo fanno con un’aggressività impressionante.

Questo merito nessuno può toglierlo al figlio del Diavolo: grazie a lui, molta “gente per bene” è uscita allo scoperto. Erano lupi travestiti da agnelli. È responsabile dell’emergere dei “fariseuminions”, persone che ostentano un atteggiamento religioso o moralista (come i farisei), ma allo stesso tempo sono seguaci ferventi e acritici dell’ex presidente Jair Bolsonaro, noti anche come Bolsominions.

Cioè, un “fariseuminion” è qualcuno che si presenta come difensore della morale, della fede cristiana e dei “buoni costumi”, ma che agisce con ipocrisia, intolleranza o discorsi d’odio, spesso sostenendo posizioni politiche aggressive, antidemocratiche o non etiche – in contraddizione con i valori cristiani che dichiara di difendere.

Migliaia si sono rivoltati contro la Chiesa perché non ha sostenuto il candidato-simbolo dell’autoritarismo e dell’ultradestra brasiliana. Per quanto possa sembrare assurdo – qualcosa di surreale – vedono nel suo secondo nome, “Messias” (messia), non una semplice coincidenza: credono di trovarsi di fronte a un difensore della morale e dei buoni costumi, indipendentemente da ciò che abbia detto o fatto.

Prima di continuare e rivelare chi alimenta questo gruppo con idee reazionarie e attacchi al Papa e ai vescovi – ampiamente diffusi sui social network – è necessario un chiarimento.

Come abbiamo visto sopra, molti cattolici si sono rivoltati contro la Chiesa per motivi politici. Tra questi, ci sono coloro che hanno trovato rifugio in gruppi reazionari e hanno iniziato a riverberare le loro idee.

Questi gruppi, sebbene mossi anche da interessi politici, attaccano il Papa principalmente per ragioni religiose: per essere contrari al Concilio Vaticano II, per sostenere che la messa debba essere celebrata esclusivamente in latino, tra altre posizioni che esploreremo a breve.

Per introdurre il principale gruppo reazionario del Brasile, devo raccontare una piccola storia.

In precedenza, ho menzionato che ho chiesto a una “conosciuta” cosa pensasse del nuovo Papa. Questa volta, ho fatto una domanda a una donna sconosciuta, frequentatrice di una delle chiese dove di solito assisto alla messa.

Ho notato che, durante la comunione, si inginocchia e riceve l’ostia in bocca. Alla celebrazione sono presenti sia il sacerdote sia il diacono – ma non riceve mai la comunione dal diacono.

Comportamento tipico dei neo-farisei.

Conosco bene questo profilo: quasi santo. Ma ho evitato un giudizio affrettato – non tutte le persone che comunicano in questo modo attaccano il Papa. Tuttavia, molte di quelle che lo fanno affermano – e pubblicano – che Papa Francesco è comunista.

Mi avvicinai a lei e iniziai una conversazione:

-   Sei brasiliana, vero?

Lei confermò. Lo sapevo già. L’avevo sentita parlare di “brasiliano”. Proseguii con la seconda domanda:

-   Cosa pensi del nuovo Papa?

Disse che le piaceva. Allora passai alla terza – la domanda a cui volevo davvero arrivare:

- E cosa pensavi di Papa Francesco?

Rispose che le piaceva, anche se non era d’accordo con alcune cose. In modo incisivo mi chiese se avessi letto l’enciclica Fratelli Tutti. Sembrava essere in forte disaccordo.

Non diedi molta importanza alla domanda – e fui contento di averla affrontata, e persino di essermi sbagliato –, perché così evitai di formulare un giudizio ingiusto.

Quando eravamo già fuori dalla chiesa, mi chiamò e chiese perché avessi fatto quelle domande.

Risposi che il modo in cui comunicava mi ricordava persone che procedono nello stesso modo e che spesso chiamano il Papa comunista – dissi che avevo capito che non era il suo caso, e lo chiarìi.

Aggiunsi che conosco alcune persone che comunicano così e che amano criticare la Chiesa – “Narciso trova brutto ciò che non è specchio”. Più nello specifico, menzionai una persona che spesso critica apertamente la Campagna della Fraternità e diffonde video di sacerdoti che inventano dottrine che non aggiungono nulla agli Evangelii né conducono alla salvezza. Dissi che, secondo me, seguire tali indicazioni non garantisce il paradiso, così come non seguirle non porta all’inferno.

Accennai che una di queste persone aveva pubblicato un video di un sacerdote che proibiva, quando si recita il Padre Nostro, di aprire le braccia. Secondo lui, questo gesto rappresenterebbe Cristo crocifisso e, quindi, dovremmo pregare con le mani giunte.

Commentai che questo tipo di comportamento, per la sua superficialità, può essere definito farisaico, poiché rivela una moralità che privilegia le apparenze e i rituali esterni a scapito di azioni realmente trasformative e solidali.

L’idea che basti semplicemente frequentare la messa tutti i giorni, fare pellegrinaggi ai santuari o considerarsi “buoni” o “della gente per bene” per adempiere a pratiche religiose – senza un reale impegno verso la giustizia sociale – riflette un atteggiamento che ignora i bisogni umani più profondi.

“Ma qualcuno dirà: Tu hai fede e io ho opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede.” (Giacomo 2:18)

Non di rado, questo tipo di religiosità si associa a regimi autoritari e oppressivi, che cercano di controllare e manipolare la fede per giustificare il potere e l’esclusione.

Lei mi interruppe con lunghe e dure critiche alla Campagna della Fraternità di quest’anno.

E poi lasciò uscire questa perla:

-            La CNBB non rappresenta la Chiesa brasiliana. La CNBB è solo un’organizzazione di vescovi.

Per inciso: la Campagna della Fraternità di ogni anno è decisa dalla stessa CNBB.

Criticò anche l’enciclica Fratelli Tutti e disse che avrei dovuto informarmi meglio. Suggerì di consultare il sito del Centro Dom Bosco.

Quando sentii ciò, provai un prurito in tutto il corpo. Discutemmo per circa quindici minuti. Ogni due frasi, lei ripeteva che ero “fuori strada” e che avrei dovuto consultare il Centro Dom Bosco, “per essere catechizzato nel modo corretto” – non lo disse esattamente con queste parole, ma era implicito tra le righe.

Davanti allo stupore, l’unica cosa che riuscii a dire fu: Si tratta, per caso, di quel centro frequentato dall’attrice Cássia Kiss, nota per la sua difesa del fondamentalismo religioso e per posizioni allineate all’autoritarismo politico?

Il prurito arrivò proprio perché so molto bene cosa sia il Centro Dom Bosco – e so anche che non ha alcuna relazione con la Congregazione Salesiana.

È necessario spiegare al lettore cosa sia il Centro Dom Bosco e, soprattutto per il lettore portoghese, contestualizzare cosa sia la Campagna della Fraternità e perché tanti cattolici che chiamano il Papa comunista lo odiano.

La Campagna della Fraternità (CF), iniziata nel 1964, è un’iniziativa annuale della CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile) che propone un tema legato alla fede cristiana e alla realtà sociale del paese, incentivando la riflessione, la conversione e l’azione concreta dei fedeli, soprattutto durante la Quaresima.

Nel 2025, la Campagna della Fraternità ebbe come tema “Fraternità e Ecologia Integrale” e lo slogan “Dio vide che tutto era molto buono” (Gn 1,31).

Ispirata dagli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, dai dieci anni dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco e dalla realizzazione della COP 30 (30ª edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) a Belém, Pará, la campagna di quest’anno invita alla conversione ecologica e alla cura della creazione divina.

Gruppi di estrema destra cattolica, come il Centro Dom Bosco e la Confraternita Dom Vital, hanno criticato la Campagna della Fraternità di quest’anno. Questi gruppi sostengono che la campagna promuova un’“agenda ideologica” allineata all’ambientalismo secolare e al globalismo, distanziandosi, secondo loro, dalla dottrina cattolica tradizionale.

Chi sono questi gruppi?

Quando abitavo con la mia famiglia in Canada, nel 2012, fummo visitati da due giovani mormoni, della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Permisi loro di entrare e parlare liberamente prima di presentare qualsiasi contestazione. Raccontarono che Joseph Smith, fondatore della loro chiesa, avrebbe ricevuto la missione di restaurare la vera Chiesa di Gesù Cristo. In sostanza, è la stessa pretesa che guida l’azione di questi centri di estrema destra: restaurare – a loro modo – quella che considerano la vera fede o il vero ordine.

Su altri gruppi cattolici reazionari, come gli Araldi del Vangelo e la Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), ho già commentato.

Il Centro Dom Bosco è formato da laici cattolici tradizionalisti che si distinguono sui social network per la loro retorica aggressiva contro Papa Francesco, la CNBB e documenti come Laudato Si’ e Fratelli Tutti. Sostengono di rappresentare la “vera fede” e promuovono una visione ristretta del cattolicesimo, segnata da una presunta ortodossia che rifiuta le riforme del Concilio Vaticano II.

La Confraternita Dom Vital opera in modo simile, promuovendo contenuti ultraconservatori e incoraggiando il boicottaggio della Campagna della Fraternità. Entrambi i gruppi sostengono il ritorno della messa tridentina (in latino, con il sacerdote voltato verso l’altare), disprezzano l’uso della lingua vernacolare nella liturgia e mostrano un forte attaccamento a forme esteriori di pietà – come se gesti e posture visibili garantissero la salvezza, indipendentemente dall’impegno verso la giustizia, la carità e il Vangelo vissuto quotidianamente.

Entrambi i gruppi alimentano una religiosità farisaica, centrata su regole e apparenze, e si allineano politicamente all’estrema destra, promuovendo la disobbedienza al magistero della Chiesa e l’ostilità a qualsiasi apertura al dialogo con il mondo contemporaneo.

Criticavano Papa Francesco quando difendeva i diritti dei marginalizzati, dei migranti o denunciava le cause economiche della povertà. Nei loro discorsi tendono a romanticizzare la sofferenza, esaltano la rassegnazione e rifiutano qualsiasi critica al sistema che produce disuguaglianza.

Questo atteggiamento non solo devia il cristianesimo dai suoi principi più umanisti, ma contribuisce anche al mantenimento di un sistema politico e sociale che ignora i più poveri e vulnerabili. L’attenzione a rituali vuoti, senza un impegno per i cambiamenti necessari a una società più giusta, trasforma la fede in uno strumento di controllo e oppressione, invece che in una forza per liberazione e uguaglianza.

Qui in Portogallo, conosco un signore – ministro dell’Eucaristia, che va a messa tutti i giorni – che ha pubblicato, in un gruppo WhatsApp dove difendeva la mia espulsione, la foto di una famiglia nera, con genitori e figli scalzi, possibilmente immigrati, e ha scritto: “Il Portogallo non merita questo.”
Avrebbe avuto la stessa reazione se si trattasse di una famiglia ucraina dagli occhi azzurri?

Si tratta di un atteggiamento chiaramente razzista e di profondo disprezzo per i poveri. È il ritratto di una fede distorta: prega, riceve la comunione, serve all’altare – ma rifiuta e disumanizza proprio coloro con cui Cristo si identificava maggiormente. Gesù disse: “Quanto avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Questa contraddizione tra pratica religiosa ed esclusione rivela un cristianesimo di facciata, il tipo che Gesù condannava maggiormente: sepolcro imbiancato.

L’ho trovato triste, ma non mi ha sorpreso. Dai messaggi che solitamente pubblicava, si tratta di un’altra vedova della dittatura salazarista in Portogallo – tipico rappresentante del cattolicesimo di estrema destra.

Giustizia sia fatta: il parroco della chiesa in cui questo signore serve, ogni volta che il tema dell’omelia riguarda gli immigrati, chiede rispetto e considerazione. Non dimentica mai che milioni di portoghesi emigrarono anch’essi verso altri Paesi.

“Egli, [Gesù], però disse loro: Bene ha profetizzato Isaia circa voi, ipocriti, come è scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.” (Mc 7,6)

 

I cattolici di estrema destra e i fascisti hanno un DNA compatibile.

In molti casi, il comportamento dei cattolici di estrema destra si avvicina a un comportamento fascista, come descritto da Jason Stanley nel suo libro “How Fascism Works: The Politics of Us and Them” (Come Funziona il Fascismo: La Politica del Noi e Loro). L’adesione a una moralità superficiale, focalizzata sulle apparenze e sui rituali esterni a discapito di azioni concrete di trasformazione sociale, è una delle caratteristiche centrali dei regimi autoritari. Stanley sostiene che, creando divisioni tra “noi” (i moralmente puri) e “loro” (i nemici o i marginalizzati), il fascismo manipola la fede e i simboli religiosi per consolidare il proprio potere. Allo stesso modo, settori della destra religiosa spesso si aggrappano a una visione punitiva e rigidamente moralista, ignorando i bisogni sociali più profondi e resistendo a cambiamenti strutturali che promuovano l’uguaglianza. Questo atteggiamento non solo distorce gli insegnamenti cristiani, ma rafforza anche la perpetuazione di un sistema politico e sociale diseguale, riflettendo comportamenti che richiamano pratiche fasciste di controllo e oppressione.

Con l’avvento del nuovo Papa Leone XIV, tutto è cambiato. Felici di essersi liberati di Papa Francesco, i neo-farisei stanno già diffondendo citazioni false, attribuendogli parole che si adattano alle loro narrazioni. Anche video con discorsi falsi del nuovo Papa stanno circolando. Ne ho già visti due. L’obiettivo è chiaro: cancellare la memoria di Papa Francesco e modellare Leone XIV secondo le loro immagini e somiglianze, “vendendo” un Papa dei loro sogni.

Detesto fare il guastafeste, ma nella Diocesi di Chiclayo, in Perù, dove il vescovo Roberto Prevost era titolare, c’erano le Comunità Ecclesiali di Base (CEB), come in molte regioni dell’America Latina; specialmente dove la Chiesa Cattolica mantiene una forte attività sociale e pastorale presso i poveri.

 

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Foto n. 4 Messaggio falso di Papa Leone XIV


 Originarie dell’America Latina, con un impulso decisivo in Brasile, le CEB consistono in piccoli gruppi di cristiani, per lo più cattolici, che si riuniscono regolarmente per riflettere sulle Scritture, vivere la fede in comunità e discutere temi rilevanti per la realtà locale, sempre alla luce del Vangelo. La loro nascita è stata fortemente influenzata dal Concilio Vaticano II e dalla Teologia della Liberazione.

In Perù, le CEB hanno avuto un ruolo significativo fin dagli anni ’70. Nonostante la resistenza di settori più conservatori della Chiesa, hanno continuato a esprimere una fede impegnata nella vita e nella lotta dei più poveri.

Vale la pena ricordare che il vescovo Roberto Prevost ha anche fatto parte della leadership di Caritas Perù – organizzazione cattolica dedicata alla promozione umana e al servizio dei bisognosi, con forte presenza nelle comunità di base. Questo rafforza il suo coinvolgimento diretto in pratiche pastorali allineate ai movimenti popolari e alla Chiesa dei poveri.

Comincio a pensare che Papa Leone XIV abbia radici comuniste. Grazie a Dio!

Questo domenica, Papa Leone XIV ha preso possesso con una messa pubblica in Piazza San Pietro in Vaticano. Nella sua omelia, il Papa ha ricordato l’importanza della fede nei tempi di incertezza e ha detto che guiderà la Chiesa con coraggio, chiarezza e carità.

Resta da riconoscere il mistero che avvolge ogni elezione papale: “Lo Spirito Santo soffia dove vuole” (Gv 3,8) – e così è stato scelto Leone XIV.

 Cláudio Nogueira

PS1. La foto n. 1 è reale. È stata pubblicata dal quotidiano O Estado de São Paulo, soprannominato Estadão. Ha riportato la morte di Papa Francesco. La foto è stata utilizzata dagli haters che vi hanno scritto: "Un comunista in meno sulla Terra" e l'hanno condivisa sui social media. Diversi messaggi simili sono stati pubblicati sui social network.

PS2. La foto n. 3 contiene una citazione inventata e falsamente attribuita al neoeletto Papa. Il messaggio, che afferma: "Il comunismo è penetrato persino negli ambienti cristiani, mascherato da solidarietà. È nostro dovere pastorale denunciarlo", è stato diffuso sui social media da alcuni gruppi cattolici che cercano di proiettare le proprie visioni ideologiche su Papa Leone XIV.


terça-feira, 15 de abril de 2025

Alguém Precisa Apresentar David Ricardo a Donald Trump.

 

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, declarou no mês passado guerra aberta ao livre comércio. Sob o lema "America First", ele iniciou uma série de medidas protecionistas que ficaram conhecidas como o "Tarifaço de Trump". A mais emblemática delas foi o acirramento da guerra comercial com a China, que envolveu a imposição de tarifas sobre centenas de bilhões de dólares em produtos chineses importados.

Mas o tarifaço não se limitou à China. Tarifas sobre aço e alumínio atingiram também aliados históricos, como a União Europeia, o Canadá e o México. O governo justificava as medidas com base em segurança nacional ou alegações de concorrência desleal, mas o resultado foi uma escalada de retaliações e uma perturbação nas cadeias globais de suprimento. O tarifaço abrangeu dezenas de países, incluindo tanto rivais estratégicos quanto aliados históricos dos Estados Unidos, como Israel. Trump pensou: "Amigos, amigos... negócios à parte.

O objetivo declarado era reduzir o déficit comercial dos EUA, proteger indústrias nacionais e forçar empresas estrangeiras a trazer empregos de volta para o território americano.
Não há nada de errado com esse objetivo. O ponto crítico está mesmo no método adotado para atingi-lo.

O "pai da criança", segundo a imprensa, é o economista e assessor de Trump, Peter Navarro, que tem uma visão fortemente protecionista e nacionalista da economia — algo bem fora do mainstream acadêmico. Ele escreveu livros como Death by China, ou Morte pela China, em que acusa os chineses de práticas desleais que estariam destruindo a indústria americana, roubando empregos e representando uma ameaça econômica e até militar aos EUA.

Ou seja, isso é música para os ouvidos de Trump.

Mas afinal, quem é esse David Ricardo — e por que Trump deveria conhecê-lo?

David Ricardo foi um economista britânico do século XIX, cujas ideias continuam mais vivas do que muito plano econômico moderno. Ele é o pai da teoria das vantagens comparativas, um conceito que explica por que até países menos eficientes em tudo ainda se beneficiam ao entrar no jogo do comércio internacional.

Ricardo provou que o comércio entre nações não é um jogo de "ganha-perde", mas sim um jogo em que todos ganham. Cada país deveria se especializar naquilo que faz relativamente melhor — ou menos pior — e trocar com os outros. Todo mundo sai ganhando com mais eficiência, produtividade e bens mais baratos. Simples assim.

Se Trump tivesse lido Ricardo e não ouvido Navarro, talvez pensasse duas vezes antes de sair distribuindo tarifa pra todo lado como se fosse brinde de campanha.

Vou dar um exemplo com valores hipotéticos. Se o importador americano pode comprar uma camisa feita em Bangladesh por US$ 2,00, por que ele fabricaria nos Estados Unidos a um custo unitário de US$ 10,00? A camisa de Bangladesh, que tem um custo muito mais baixo, permite que o americano gaste os US$ 8,00 a mais economizados em outro produto ou serviço — seja em educação, saúde, ou até mesmo em mais camisas de outros lugares.

Outro exemplo clássico de Ricardo é o caso do vinho e do tecido. Imagine que Portugal é super eficiente na produção de vinho e na fabricação de tecido, enquanto a Inglaterra é excelente na produção de tecido, mas apenas razoável no vinho. Em vez de cada país tentar ser autossuficiente em tudo, Ricardo sugeriu que a Inglaterra se especializasse na produção de tecido e comprasse vinho de Portugal, e vice-versa. Isso soma positiva para ambos, pois cada um se concentra no que faz de melhor.

Em termos mais modernos, imagine que o Brasil é muito bom em produzir soja, mas o Japão tem uma grande vantagem na fabricação de chips eletrônicos. Ao invés de ambos se esforçarem para produzir tudo sozinho, o Brasil poderia exportar soja para o Japão, enquanto o Japão venderia seus chips para o Brasil. O que todos ganham? Maior eficiência, menores custos, mais recursos para investir em outras áreas da economia e produtos mais baratos para o consumidor.

Se Trump tivesse absorvido essas ideias, talvez ele visse o comércio internacional mais como uma cooperação do que uma ameaça.


    

Vamos pegar um caso concreto: o comércio entre Estados Unidos e China, mas o que vamos ver nesse exemplo serve para todos os países que têm um superávit comercial com os Estados Unidos. A China exporta US$ 450 bilhões para os Estados Unidos, e importa US$ 170 bilhões. Isso produz um déficit contra os EUA de US$ 280 bilhões.

O que Trump deseja é reduzir esse déficit. E isso é justo da parte dele. Aparentemente, nesse comércio, a China — e qualquer país que tenha um superávit com os Estados Unidos — está levando vantagem, “está roubando e sendo desleal com a América”, como alegou Mr. Trump. Mas será mesmo? A teoria da vantagem comparativa não se aplica mais nos dias atuais?

Vamos ver se isso é mesmo desvantagem. Algumas coisas devem ser lembradas:

  1. Foi o consumidor americano quem optou livremente pela compra de produtos chineses. Com certeza, isso ocorreu por não existirem similares nacionais ou porque os fabricados nos Estados Unidos são mais caros. Devem agradecer por ter essa opção.
  2. O poder aquisitivo do americano é alto; por isso ele compra muito. E é exatamente porque o salário médio americano é alto, que a mão-de-obra é cara; muito mais cara do que na China e em muitos países do mundo. Isso inviabiliza a produção de muitos produtos nos Estados Unidos. Esse é o motivo pelo qual muitas empresas americanas produzem no exterior e não na América.

3.     O dólar é uma moeda forte. O que torna a compra de produtos americanos por outros ainda mais cara.. Além disso, os Estados Unidos têm a vantagem única de produzir a moeda de reserva global, o dólar. Isso permite que financiem déficits comerciais com relativa tranquilidade, o que não é possível para a maioria dos países. Ou seja, um déficit na balança comercial não impede necessariamente que o PIB cresça - como de fato cresceu durante boa parte dos anos de globalização acelerada.

  1. A China e outros países podem comprar menos dos Estados Unidos porque encontraram produtos que necessitam mais baratos em outros lugares, ou porque não têm dinheiro para comprar tudo o que gostariam. O comércio entre os EUA e a China é mais complexo do que simplesmente uma questão de “preço”. O comércio com a China envolve não só bens de consumo, mas também matérias-primas, eletrônicos e outros produtos intermediários que são vitais para a cadeia de suprimento global. 

É sempre bom lembrar que o comércio internacional é multifacetado e envolve não apenas aspectos econômicos, mas também geopolíticos, tecnológicos e sociais. As soluções unilaterais de tarifa podem, de fato, prejudicar a economia americana em muitas áreas, apesar de uma redução no déficit comercial. Com o aumento das tarifas, confirma o que David Ricardo previu, no sentido oposto. Ela vai produzir um aumento do preço final ao consumidor americano, no que deverá reduzir a demanda, provocando desemprego na China. Ou seja, ambos os lados saem perdendo.

Aliás, o próprio Trump já percebeu que não é tão simples quanto parece. Quando anunciou tarifas sobre produtos chineses, incluiu na lista os smartphones — o que atingiria diretamente a Apple, uma das maiores empresas americanas. Mas, diante da possibilidade de aumento de preços para o consumidor final e de impactos negativos nas ações da empresa (e na economia como um todo), ele voltou atrás e retirou os iPhones da lista de produtos tarifados.

O motivo é simples: quem paga a conta das tarifas não é a China — é o consumidor americano. O aumento do custo de importação acabaria sendo repassado para o preço final. E quando o preço sobe, a demanda cai. Quando a demanda cai, as empresas vendem menos, lucram menos e, em última instância, contratam menos ou até demitem. Um tiro no próprio pé porque afeta empresas americanas. Por exemplo, tão logo foi anunciado o tarifaço, o valor de mercado da Apple diminuiu US$ 75 bilhões em apenas dois dias.

    E a Apple não foi um caso isolado. Outras empresas americanas também sentiram o baque do tarifaço. A Harley-Davidson, símbolo do estilo de vida americano, foi atingida pelas tarifas retaliatórias da União Europeia e anunciou que transferiria parte da produção para fora dos EUA — justamente o oposto do que Trump desejava. A Boeing, maior exportadora dos Estados Unidos, viu suas encomendas ameaçadas após a China retaliar tarifas com restrições a produtos americanos, inclusive aviões. E os produtores rurais, especialmente os de soja, milho e carne, amargaram prejuízos bilionários quando a China suspendeu ou reduziu suas compras. Os estoques cresceram, os preços despencaram — e a base eleitoral rural de Trump começou a sentir no bolso os efeitos da guerra comercial. Ou seja, o tiro não só saiu pela culatra, como acertou aliados e gigantes da economia americana.

No seu projeto de "Make America Great Again", Trump não poupou nem mesmo aliados. A Tesla, de Elon Musk, também acabou sendo atingida. Com a imposição de tarifas sobre componentes importados da China, os custos de produção da montadora aumentaram significativamente — afinal, muitos dos insumos usados na fabricação dos carros elétricos vinham justamente do país asiático. A Tesla teve que renegociar contratos, rever projeções e lidar com oscilações no mercado financeiro.

 Diante do prejuízo, sobrou para Peter Navarro, o principal conselheiro por trás da estratégia protecionista. Musk, como muitos outros líderes empresariais, não podia criticar diretamente o presidente - então canalizou sua frustração para Navarro, que se tornou o "alvo oficial" da insatisfação de Wall Street e do Vale do Silício.

No fim das contas, talvez alguém realmente precise apresentar David Ricardo a Donald Trump. A teoria das vantagens comparativas não é só uma aula de economia: é uma lição de bom senso. O mundo está mais conectado do que nunca, e políticas comerciais feitas na base da canetada, movidas por instinto nacionalista e desconfiança, podem parecer firmes no palanque — mas custam caro no mercado. Proteger a indústria nacional é legítimo, claro. Mas fazer isso ignorando princípios básicos da economia global é como tentar apagar fogo com gasolina. Ou, como já dizia um velho ditado que nem precisa ser inglês: quem planta tarifa, colhe retaliação.

Mr. Trump, da próxima vez que for mexer com o comércio global, tente conversar com o David Ricardo. Ele já morreu, mas está mais atualizado que certos assessores. Ou assista o vídeo abaixo sobre o que Ronald Reagan, republicano como o senhor, tem a dizer sobre  isso.

 

Cláudio Nogueira                                     


 

 

sábado, 12 de abril de 2025

Por que Caifás Matou Jesus ?

 

O Evangelho da manhã deste sábado, 12 de abril de 2025 - véspera de Domingo de Ramos - é o de São João 11, 45-53, que relata a profecia de Caifás sobre a morte de Jesus.

45 Muitos judeus que tinham ido à casa de Maria, e viram o que Jesus fizera, creram nele.
46 Mas alguns deles foram ter com os fariseus e lhes contaram o que Jesus realizara.
47 Então os príncipes dos sacerdotes e os fariseus reuniram o conselho e disseram
46 Mas alguns deles foram ter com os fariseus e lhes contaram o que Jesus realizara.
47 Então os príncipes dos sacerdotes e os fariseus reuniram o conselho e disseram [ e pensaram: Basta ! Já chega ! Agora Ele foi longe demais.]: “Que faremos? Este homem faz muitos milagres”.
48 Se o deixarmos assim, todos crerão nele, e virão os romanos e destruirão a nossa cidade e a nossa nação.”
49 Um deles, chamado Caifás, que era o sumo sacerdote daquele ano, disse-lhes: “Vós nada entendeis!
50 Não compreendeis que vos convém que morra um só homem pelo povo, e não pereça toda a nação?”
51 Ora, ele não disse isso por si mesmo, mas sendo o sumo sacerdote daquele ano, profetizou que Jesus devia morrer pela nação.
52 E não somente pela nação, mas também para reunir na unidade os filhos de Deus que estavam dispersos.
53 E desde aquele dia resolveram tirar-lhe a vida.
 

    Essa passagem da Bíblia sempre me intrigou. Todas às vezes que eu a ouço, eu penso: por que São João disse que Caifás profetizou?                                                                Nessa manhã, após a missa na igreja de Nossa Senhora de Fátima do Amial, aqui no Porto, decidi tirar essa dúvida com o frei Fernando, O.F.M. Mas fui interrompido por pessoas que aguardavam o frei terminar a missa para se confessarem. 

    O que é profecia, no sentido bíblico ?

Para responder essa pergunta, primeiro é preciso lembrar que quem fazia profecias eram os profetas. Caifás não era um profeta. Na realidade, ele estava muito longe de sê-lo.

Um profeta era alguém chamado por Deus para transmitir mensagens divinas: oráculo do Senhor. Mensagens direcionadas, com fins específicos.

Por conta disso, eu fico pensando, refletindo profundamente, todas as vezes que ouço essa passagem. Nunca entendi muito bem por que São João disse isso. Sem poder contar com a ajuda do frei, vou tentar entendê-la sozinho. Aí é que mora o perigo.

 Quem era Caifás ?

Caifás não era flor que se cheire. Ele era o sumo sacerdote do Sinédrio, o tribunal religioso judaico, indicado pelo governo romano. A sua “profecia” sobre Jesus, em resumo, foi: Ele morrerá porque vamos assassiná-Lo. Profecias desse jeito podem ser concretizadas facilmente, se “profetizadas” por Putins, Netanyahus e outros.

Ele liderou o julgamento ilegal de Jesus (Mateus 26,57-68), acusando-O de blasfêmia por declarar-se Filho de Deus (João 11,49-53). Também alegou “Se o deixarmos assim, todos crerão nele, e virão os romanos e destruirão a nossa cidade e a nossa nação.”

Essa afirmação vem logo após a ressurreição de Lázaro, um milagre que causou grande alvoroço. Muitos começaram a crer em Jesus por causa desse sinal, e isso preocupou os líderes religiosos, que viram sua autoridade e estabilidade ameaçadas.

O Medo dos Líderes Religiosos

Qual era o medo deles? Jesus estava se tornando extremamente popular entre o povo. Os líderes temiam perder o controle religioso e político. Jesus estava se tornando um líder religioso e denunciou a corrupção no Templo. Isso foi interpretado comum ataque direto à estrutura de poder controlada por Anás e Caifás.



Eles tinham temor da reação romana. A Judeia era uma província do Império Romano. Os romanos toleravam certa autonomia judaica, especialmente religiosa, desde que não houvesse revoltas. Um movimento messiânico, como o que Jesus parecia representar, poderia ser visto como uma ameaça política.

Destruirão a nossa cidade e a nossa nação.” Eles temiam que, se o povo proclamasse Jesus como rei ou Messias (no sentido político), os romanos reagiriam com força, destruindo Jerusalém e o Templo - o centro da identidade judaica.

Essa desculpa para matar Jesus para “salvar a nação” acabou se mostrando um argumento falacioso. Trinta e sete anos depois da morte de Cristo, no ano 70, os romanos realmente destruíram Jerusalém e o Templo, como Jesus havia profetizado (Lucas 19, 43-44).

Essas foram as desculpas usadas para mascarar a verdadeira motivação: a inveja. Ele e outros líderes religiosos sentiam inveja do prestígio crescente de Jesus.

Por que condenar alguém que só fez o bem? Jesus curou vários cegos (Mateus 20,29-34, Marcos 10,46-52, Lucas 18,35-43, Marcos 8,22-26, João 9,1-12 e Mateus 9,27-31) e paralíticos (Mateus 9,1-8, Marcos 2,1-12, Lucas 5,17-26, João 5,1-15, Mateus 12,9-13, Marcos 3,1-6, Lucas 6,6-1, Mateus 8,5-13, Lucas 7,1-10,). O número exato é difícil de se determinar: “Vieram a Ele grandes multidões, trazendo consigo coxos, aleijados, cegos, mudos e muitos outros, e os colocaram aos seus pés; e Ele os curou.” (Mateus 15,30-31). “E foram ter com Ele no templo cegos e coxos, e Ele os curou.” (Mateus 21,14).

Ele ressuscitou mortos, como o filho da viúva de Naim (Lucas 7,11-17), a filha de Jairo (Marcos 5,35-43) e Lázaro (João 11,1-44). Curou leprosos: “Os cegos veem, os coxos andam, os leprosos são purificados...” (Mateus 11,5; Lucas 7,22). De uma única vez curou dez leprosos (Lucas 17,11-19); depois mais outro (Mateus 8,1-4, Marcos 1,40-45, Lucas 5,12-16). Tocar um leproso era impensável - Jesus quebra barreiras com compaixão.

Ele pregou o amor e mansidão como ninguém jamais havia feito. Numa  época em que vigorava a “lex talionis” ou Lei do Talião ou da retaliação: “Olho por olho, dente por dente, mão por mão, pé por pé...” (Êxodo 21,24, Levítico 24,20, Deuteronômio 19,21). Disse coisas absurdas para todas as épocas: “Se alguém te bater na face direita, oferece-lhe também a outra” (Mateus 5,39). E ainda: “Se alguém quiser tirar-te a túnica, dá-lhe também o manto” (Mateus 5,40).

Sua vida foi dedicada à compaixão, à justiça e à misericórdia: “Jesus viu uma grande multidão e teve compaixão deles, porque eram como ovelhas sem pastor” (Marcos 6:34). “Movido de compaixão, Jesus estendeu a mão, tocou-o e disse: Quero. Seja purificado! (Marcos 1:41)

Pede que amemos o próximo com gestos concretos: dar comida, água, abrigo, a quem precisar (Mateus 25:35,40)

Mesmo no sofrimento extremo, Jesus responde com misericórdia e o perdão: “Pai, perdoa-lhes, pois não sabem o que fazem.” (Lucas 23:34).

Mesmo assim, foi rejeitado e assassinado. Jesus morreu não por causa de sua vida, mas por causa da inveja, do medo e do orgulho dos que não suportavam sua luz.

Inveja, teu nome é Caifás e Anás, teu sobrenome.

 Os Responsáveis pela Assassinato de Jesus

Quem era Anás? Em João 18,12-24, Jesus é levado primeiro a Anás, ex-sumo sacerdote, antes mesmo de ser apresentado a Caifás. Isso mostra como ele ainda era politicamente influente, mesmo sem o título oficial.

“Levaram-no primeiro a Anás, pois era sogro de Caifás, o sumo sacerdote daquele ano.” (João 18,13)

Anás interrogou Jesus sem autoridade legal, numa espécie de “pré-julgamento” informal. Isso já mostra que o “processo” contra Jesus era, de fato, manipulado desde o começo.

Caifás e Anás são os principais responsáveis pela morte de Jesus. Pilatos declarou: “Eis que vo-lo trago fora, para que saibais que não acho nele crime algum.” (João 19,4). “Tomai-o vós e crucificai-o; quanto a mim, não acho nele culpa.” (João 19,6).

Religião Decadente

A vinda de Jesus, naquele momento da história da humanidade, está intimamente ligada às figuras religiosas, como Caifás, Anás, fariseus, saduceus, mestres e doutores da lei. Foi uma escolha divina profundamente significativa. Era uma época em que apesar da aparência de religiosidade, o coração do povo – e, principalmente, de seus líderes - estava distante de Deus. A religião institucionalizada dos judeus havia se tornado, em muitos aspectos, uma estrutura secularizada, mais preocupada com poder, controle e aparências do que com a essência da fé: o amor a Deus e ao próximo. Jesus veio num tempo de profunda decadência espiritual. Ele veio quando a religião - que deveria conectar o homem a Deus - havia se tornado apenas uma aparência, um sistema, uma estrutura fria e distante do coração do Pai.

Os líderes religiosos da época ocupavam posições de poder e influência; seus corações estavam longe de Deus. O que deveria ser a "igreja" de Israel, a guardiã da aliança, havia se tornado uma instituição vazia, voltada para o controle, o lucro e a aparência. Jesus denunciou essa hipocrisia com palavras fortes:

“Ai de vocês, mestres da Lei e fariseus, hipócritas! Vocês são como sepulcros caiados: belos por fora, mas por dentro cheios de ossos e de toda podridão.”
(Mateus 23,27)

O Templo de Jerusalém, símbolo máximo da fé judaica, era a imagem real da decadência religiosa. Já não era mais um lugar de verdadeira adoração.

“Jesus entrou no templo e expulsou todos os que ali vendiam e compravam. Derrubou as mesas dos cambistas e as cadeiras dos que vendiam pombas, e lhes disse:
‘Está escrito: A minha casa será chamada casa de oração! Mas vocês estão fazendo dela um covil de ladrões!”
(Mateus 21,12-13).

“Covil de ladrões !?” Jesus viu o que não vimos. Ele sabia o que estava dizendo.

Foi nesse cenário que Jesus surgiu - não como um reformador do sistema religioso, mas como a encarnação do próprio amor e da justiça de Deus. Ele veio trazer uma fé viva, baseada na compaixão, na verdade e na presença do Reino de Deus entre os homens.

“Este povo me honra com os lábios, mas o coração está longe de mim.”
(Mateus 15:8)

Jesus veio justamente porque o coração da religião havia se perdido. Veio para chamar os cansados, os oprimidos, os rejeitados - e oferecer um caminho de reconciliação com Deus, não baseado em aparências ou regras humanas, mas em graça e verdade.

Os fariseus ensinavam a Lei de Moisés, mas não viviam o que pregavam. Disse Jesus: “Fazei, pois, e observai tudo o que eles vos disserem, mas não imiteis as suas ações! Pois eles falam e não fazem.

Atam fardos pesados e insuportáveis e os põem sobre os ombros dos outros, mas eles mesmos não os querem mover sequer com um dedo.” (Mateus 23,3-4)

A fé tornou-se um fardo. O amor a Deus foi substituído por regras. A misericórdia deu lugar à condenação. A justiça, à manipulação. A religião virou política.

Em síntese: Jesus veio para resgatar a essência do relacionamento com Deus, que os fariseus haviam reduzido a ritos vazios. Ele veio para nos dizer o quanto o Pai nos ama, que Ele é bom e  misericordioso. Cristo nos revela um Deus que não está distante, mas que caminha conosco, que acolhe os quebrantados, cura os feridos e convida todos a viver uma fé viva, íntima e transformadora.

... E a profecia de Caifás ?

Aparentemente, este texto tomou um rumo diferente do que foi proposto inicialmente. O meu questionamento era: por que São João disse que Caifás profetizou? Isso me levou a explorar quem era Caifás.

Vamos recapitular ao que deu origem a tudo isso. Disse Caifás: “Vós nada sabeis, nem considerais que nos convém que um só homem morra pelo povo, e que não pereça toda a nação.” (João 11,50). E João comenta: “Ora, ele não disse isso de si mesmo; mas, sendo sumo sacerdote naquele ano, profetizou que Jesus devia morrer pela nação. E não somente pela nação, mas também para reunir em um só corpo os filhos de Deus que andavam dispersos.” (João 11, 51-52)

Vou tentar encontrar uma explicação para porque São João chamou isso de profecia, para não me importunar mais com essa afirmação. Vou me autoconvencer que ele tem razão. Afinal trata-se do “discípulo que Jesus amava”, o único a estar ao pé da cruz, o único não martirizado e que teve a honra de nos representar a todos como filhos de Maria.

O discurso de Caifás foi político e cínico. Estava buscando a solução do que era um “problema” para os seus interesses. Ele não estava, conscientemente, “profetizando” no sentido de ser movido pelo Espírito de Deus, mas sim racionalizando um assassinato como sendo "necessário" para preservar a segurança nacional. Para ele, Jesus era um risco, um problema a ser resolvido e não o redentor.

Caifás achava que estava salvando Israel de Roma ao matar Jesus. Mas, sem perceber, ele disse a verdade: Jesus de fato morreria pelo povo - não para salvá-los de Roma, mas do pecado. Não apenas por Israel, mas por todos os filhos de Deus em todo e para sempre. 

"Ele  disse isso não como quem sabia o que dizia, mas como instrumento da profecia divina (...) Deus pode falar até mesmo por meio dos ímpios." Santo Agostinho em Tractatus in Ioannem, Trato 49.

Caifás, em sua intenção, não profetizou nada espiritual - ele apenas articulou um plano maquiavélico disfarçado de pragmatismo religioso e político.

“Disse isto não por si mesmo, mas como sendo sumo sacerdote naquele ano, profetizou. (...) Pois como outrora o Espírito falou por meio de Balaão, assim também falou agora por meio de Caifás.” São Tomás de Aquino em  Catena Aurea.

São Tomás de Aquino vê aí uma “profecia involuntária”. Algo parecido com o que acontece com Balaão, “profeta pagão” no Antigo Testamento: um homem que não estava em sintonia com Deus, mas que ainda assim foi usado por Ele para dizer algo verdadeiro (Números 22-24).

Em resumo: São João revela que Deus transformou aquela decisão política em parte do Seu plano de redenção. É uma das ironias mais profundas da Bíblia: o sumo sacerdote que condenou Jesus sem querer declarou a verdade sobre Sua missão.

Será que é por isso que dizem que “Deus escreve certo por meio de linhas tortas ?”

Tenham todos uma abençoada Semana Santa.

 Cláudio Nogueira

PS. Se não tivesse pecadores na igreja do Amial, esse texto não existiria.  

 

 

segunda-feira, 29 de julho de 2024

Os amigos de Jesus: Marta, Maria e Lázaro.


  Hoje, o que era a festa somente de Santa Marta, tornou-se, por determinação do Papa Francisco, a festa dos três irmãos amados por Cristo: "Jesus amava Marta, Maria, sua irmã, e Lázaro" (Jo.11,5). Para quem não se lembra, "Maria foi quem ungiu o Senhor com óleo perfumando e lhe enxugou os pés com os cabelos" (Jo.11,2) e Lázaro foi ressuscitado por Jesus. Isso que é amigo, meu irmão!
  Quando Jesus encontrou Maria e viu a sua tristeza devido a morte do seu irmão, Jesus também chorou (Jo.11,35). Isso impressionou os judeus que disseram: “Vede como ele o amava!” (Jo.11,36).
  Você consegue imaginar ser amigo de Cristo? Onde eles se conheceram ? Eram amigos de infância ? Se for verdade, por que chamam Jesus de Senhor? Por que sabiam quem Ele era ou porque Ele era mais velho? Jesus tinha entre trinta e trinta e três anos. Não era um senhor.
   Para a primeira parte da pergunta a resposta é sim. Marta disse: “Eu creio que tu és o Cristo, o Filho de Deus, aquele que devia vir ao mundo.” (Jo.11,27). Então eram cientes que Ele era Filho de Deus.
 Será que se conheceram na Sinagoga? Jesus era catequista e eles eram catequisandos ? Teriam se conhecido no grupo de jovens ou simplesmente eram vizinhos?
   Um belo dia Jesus deu uma pausa na sua missão e foi tomar um café com os seus amigos; mas chegou meia hora antes do combinado, pegando-os de surpresa. Marta, já tinha feito o café e o bolo, mas ainda estava com os pasteis de nata e os pães de queijo no forno; e a mesa ainda não estava completamente arrumada. Ela tinha separado a melhor toalha e a louça que só usava em dia de festa. Ficou meio agoniada.
  Jesus entrou, sentou-se e Maria prontamente correu e sentou-se aos seus pés. Marta vendo aquilo disse a Jesus: “Senhor, não te importas que minha irmã me deixe só a servir? Dize-lhe que me ajude”. Jesus respondeu-lhe: “Marta, Marta, andas muito inquieta e te preocupas com muitas coisas; no entanto, uma só coisa é necessária; Maria escolheu a boa parte, que lhe não será tirada”. (Lc.10,39-42).
   Marta havia esquecido o que ela disse na sua profissão de fé citada acima: ali na sua frente estava o Filho de Deus. Ele igualmente Deus. “Tudo foi feito por ele, e sem ele nada foi feito”. (Jo.1,3). “Ele é a imagem de Deus invisível, o Primogênito de toda a Criação. Nele foram criadas todas as coisas nos céus e na terra, as criaturas visíveis e as invisíveis. Tronos, dominações, principados, potestades: tudo foi criado por ele e para ele”.(Col.1,15-17). Nada é mais importante do que Ele; por isso Maria escolheu a melhor parte. “Buscai em primeiro lugar o Reino de Deus e a sua justiça e todas estas coisas vos serão dadas em acréscimo”.(Mt.6,33).
   Diferente da samaritana a quem Jesus disse “Dá-me de beber” ao vê-la tirando água do poço de Jacó (Jo.4,7), Marta sabia quem estava ali na sua presença. Essa situação é uma parábola viva. As nossas atividades, às vezes, nos ofuscam, e nos impedem de procurar primeiro a Deus.
   O que Jesus disse para Marta de forma mais branda, pois ela era uma amiga querida, Ele disse de forma mais contundente e direta quando escolheu um discípulo: “Segue-me”. Mas ele pediu: “Senhor, permite-me ir primeiro enterrar meu pai”. Mas Jesus disse-lhe: “Deixa que os mortos enterrem seus mortos; tu, porém, vai e anuncia o Reino de Deus”.
    É o mesmo raciocínio: o escolhido estava na presença de Deus vivo; em carne e osso, mas queria fazer outra coisa? O que seria mais importante do que seguir a Cristo ? Quem O segue está vivo, quem não O segue está morto.
    Ele é o caminho, a verdade e a vida. Segui-Lo deve ser a nossa prioridade, todo o resto virá por acréscimo.
   A boa nova é que nós também podemos sermos amigos muito amados de Cristo. Na realidade, podemos ser muito mais. Podermos ser a mãe, o irmão, a irmã de Cristo. Foi ele mesmo quem disse: “Todo aquele que faz a vontade do meu Pai, que está nos céus, esse é meu irmão, minha irmã e minha mãe. (Mt.12,50).
    Essa é a boa nova.